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Archivio mensile:febbraio 2017

“Pistole, vita e mutande di gente perbene” di Salvo Barbaro

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Copertina accattivante, titolo che non lascia presagire nulla di romantico, La Mezzelane Casa Editrice ci presenta così la prima fatica letteraria di Salvo Barbaro, “Pistole, vita e mutande di gente perbene“. Una raccolta di tre racconti che trattato tematiche attuali, forti e scomode.

Il ritmo della scrittura è veloce, non lascia tempi morti o cose in sospeso; è essenziale, quasi giornalistico, talvolta può sembrare sbrigativo, ma è una particolarità che non toglie nulla alla narrazione. La voce narrante è molto distaccata e riesce ad essere cruda, obiettiva, spietata anche.

I primi due racconti sono storie di vite spezzate, in un paese malsano, malato, infettato da tradimenti, droga, malavita e prostituzione. Storie di vite che cercano uno spiraglio che dia loro voglia di continuare a trovare una salvezza, una svolta. Invece, nel ritmo veloce della narrazione, è tutto un vortice che tira verso il basso, verso la perdita e la morte.
È facile perdere le speranze dove non c’è neanche uno spiraglio e le persone vengono stroncate nei loro tentativi di redenzione.
Le tragedie che si susseguono nel giro di pochi giorni giustificano e rendono inevitabile l’alimentazione dell’odio che dà il titolo a questo primo racconto.
Ma è davvero tutto privo di speranza? È davvero tutto inutile?
Forse c’è un appiglio e la resa può sembrare smentita. I miracoli forse accadono.

Lo sfondo su cui si disegnano le vicende sono quelle di piccoli paesi di provincia dove il pettegolezzo regna sovrano tra coloro che fingono di non sapere.
Tra le righe tanti spunti di riflessione.

Salvo ci tiene sul pelo dell’acqua, con una scrittura schietta ed essenziale. Gli accadimenti si susseguono senza nemmeno avere tempo di metabolizzarli realmente, proprio come una raffica di pugni al volto e allo stomaco.
Ad ogni racconto concluso devi fermarti e prendere fiato, come se li avessi letti in apnea. E ti accorgi, sia nel primo che nel secondo racconto, che speravi in un lieto fine, a cui forse non credevi nemmeno tu veramente.

Un libro che è una carneficina continua, senza sosta, senza fiato. Una denuncia dell’ignoranza, della sete di potere del più forte, dell’assenza di reazione del più debole, del popolo che subisce come fosse la norma tutto quello che accade.
Tra questi spiccano quei personaggi coraggiosi, quei pochi che vogliono cambiare.
E il lettore si domanda se riusciranno mai a fare giustizia.

Il terzo racconto è quello che ho preferito tra tutti. E’ di più facile immedesimazione perché è il racconto di un ragazzo del Sud che ha vissuto l’adolescenza un po’ come me, in un posto come me, e che sta vivendo il dramma del precariato come me e i miei coetanei. La sua esperienza e i suoi stati d’animo sono comprensibili. Un vissuto semplice con argomenti molto attuali.

Ogni paragrafo fa un salto in un momento della sua vita diverso, ed è un vagare che non confonde, non disturba, anzi intenerisce.
È un racconto che trovo molto commovente proprio forse per la sua semplicità, per la sua onestà.
Mi piacciono questi salti nel tempo che mi permettono di affezionarmi al protagonista perché me lo fanno conoscere nei momenti più importanti della sua vita.

Ho amato questo racconto perché è stato come essere tirata al suo interno con eguale forza e delicatezza dalle parole e dai toni di Salvo. Sensazioni opposte, eppure tutte forti.
Ho condiviso tante delle vicende narrate, mi ci sono sentita io stessa protagonista. Troppe storie, troppi drammi, troppo tutto condiviso. Così come quella inspiegabile speranza che, nonostante le difficoltà e le bastardate a cui ti sottopone la vita, non smette di farti sentire fiducioso, andrà bene, questa è la volta buona.

La cosa più bella è l’onestà che trapela dalla penna di Salvo. Non ci sono giri di parole. Perché la vita, a un certo punto, nei ricordi diventa una serie di immagini incollate l’una all’altra dalle emozioni provate. Quelle sensazioni che tra le righe saltano fuori a seconda della sensibilità del lettore.
Salvo diventa voce di una parte dell’animo della generazione a cui appartengo, quella del lavoro galoppante e del mettersi sempre in gioco nonostante una stanchezza emotiva e fisica preoccupante che sfinisce, abbatte ma non uccide.
La sua storia diventa storia di tutti. E nonostante non sia una favola, è bello leggerla, lasciarsi cullare da quei nei che la affollano. Perché è verosimile, convincente e credibile. Perché è come la vita vera.

Per info sull’autore: http://www.lemezzelane.altervista.org/salvatore-barbaro.html

Per acquistare il libro: Pistole, vita e mutande di gente per bene
oppure http://www.lemezzelane.altervista.org/negozio/index.php?id_product=15&controller=product

 
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Pubblicato da su 22 febbraio 2017 in Recensioni

 

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“Salve amici della notte, sono Porzia Romano” di Rita Angelelli

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Chissà a voi altri lettori cosa vi ispirano l’immagine di copertina e il titolo di questo lavoro di Rita Angelelli, “Salve amici della notte, sono Porzia Romano“, edito da La Mezzelane Casa Editrice.
A me personalmente, preannunciava un giallo, e immaginavo che Porzia Romano fosse una detective alle prese con la soluzione di un omicidio.

Ma mi sbagliavo.

Prima ancora dell’introduzione, il libro si apre con una poesia dell’autrice, una poesia profonda, tagliente, struggente, parole che lacerano prima ancora di sapere quale sarà la storia. Una vera e propria lettera a cuore aperto che ci rivela che il racconto che stiamo per leggere è basato su fatti realmente accaduti che hanno segnato la vita di chi scrive.
È la lettera sofferta di una donna di cui si intuisce la forza e la determinazione al di là di tutte le sofferenze affrontate.

Porzia Romano è, quindi, solo una speaker radiofonica che fa da ascoltatrice per la vera protagonista di questo libro, che è, invece, una donna che viaggia nella notte verso Modena dove dovrà sottoporsi ad una ennesima serie di esami e controlli medici. La protagonista, spinta da un impulso che ha il sapore di un bisogno di raccontarsi, decide di intervenire telefonicamente durante la trasmissione di Porzia e si definisce Anonima, anche se poi si prepara a mettersi a nudo e raccontare tanto di sé.

Il dolore ha segnato non solo il suo l’animo, ma anche la sua pelle con cicatrici profonde, “tante che già sembra la superficie della Luna“. L’argomento è la femminilità, quella di una donna il cui corpo è stato deturpato dalla malattia e dalla malasanità. La sofferenza di una donna che non solo ha visto il suo corpo colpito da una atroce malattia, ma ha sperimentato anche le profonde ferite dell’animo di una persona che non riesce più a sentirsi desiderabile, amabile perché sfigurata nel corpo dall’incompetenza e dalla superficialità di chi invece dovrebbe prendersi cura della nostra salute.

Rita racconta in queste pagine la sua storia di vita personale, la sua storia di dolore, malasanità e femminilità distrutta. Il tono stanco e arrabbiato penetra dentro e contagia il lettore.
La telefonata a Porzia è intervallata da brevi testi in corsivo che sono veri e propri sfoghi di dolore e sfinimento in una lotta contro l’ingiustizia e contro il mal di vivere che segna il proseguimento della storia di vita di Anonima. Rita ci regala pensieri e parole intime nate dal suo dolore. Ci conduce per mano dal fondo della sofferenza fino alla luce della consapevolezza.

Come la protagonista stessa dice, scrivere la aiuta a sfogarsi, a parlare di sé. Viene quindi celebrata la funzione terapeutica della scrittura, e il dolore provato nell’intimo si trasforma in parole.

La voce di Anonima è la voce di chi vive una condizione vergognosa; la voce di una donna che ha sofferto tanto. La durezza del tono usato è indicativa di un percorso tortuoso di indignazione, di un’ingiustizia subita. Ci vuole coraggio a raccontarsi, così come ce ne vuole a spogliarsi, a spegnere la propria sensibilità per sopravvivere e ricostruirsi. Una storia che racconta una realtà purtroppo vera e purtroppo ingiusta che ti costringe a diventare duro, impassibile, insensibile. Cadere fino al fondo, oltre quel fondo dove le ingiustizie ti hanno spinto, restarci tutto il tempo necessario a rivestirsi di nuova pelle.

Ho avuto la fortuna di conoscere Rita personalmente, e mentre leggevo il libro la rivedevo nei miei ricordi con la sua energia, la sua instancabile passione. La rivedevo correre e pensare a tante cose da fare, al suo entusiasmo, e ho sentito di avere avuto accesso ad una parte intima di lei.
Ci vuole un’incredibile forza d’animo per affrontare tutte le ingiustizie, le sofferenze fisiche e morali subite da lei e narrate da Anonima, e pensare che si tratta di una storia veramente accaduta (come tante oggi) è agghiacciante.

Nulla è ancora risolto alla fine di queste pagine, non c’è un vero lieto fine, ma si apre uno spiraglio che nasce da dentro la voce che narra e vive tutta la vicenda in prima persona. Quella voce che oltre a condividere un pensiero e una terribile esperienza ci lascia un consiglio, un esempio.

Mi viene da pensare che la notte del titolo e anche del momento in cui avviene il viaggio con Porzia non sia una scelta casuale ma una intenzione voluta dall’autrice. La notte usata come metafora di una fase difficile e buia della propria vita, una prova senza luce da affrontare come l’ignoto nel quale non si hanno certezze. Una notte da cui non ci si può sottrarre se non attraversandola con coraggio. E il coraggio che mostra la nostra Anonima è proprio quello di spogliarsi, tirare giù la maschera e raccontarsi nell’intimo.

Rita ci permette di entrare nella sua vita e nella parte più scomoda di essa. Ci vuole coraggio a farlo così come ci vuole coraggio ad ammettere a se stessi che alcune prove a cui ci sottopone la vita dobbiamo affrontarle e superarle da soli. Solo in questo modo potremmo guardare in faccia i nostri demoni e sconfiggerli.

Credo che “Salve amici della notte, sono Porzia Romano” sia un libro che dovrebbero leggere in molti, soprattutto chi ha bisogno di essere ascoltato, chi ha bisogno di essere spronato ad urlare il proprio dolore, la propria rabbia.

Per informazioni su Rita Angelelli http://lemezzelane.altervista.org/rita-angelelli.html
Per info e acquisto libro http: Salve amici della notte, sono Porzia Romano
oppure //www.lemezzelane.altervista.org/negozio/index.php?id_product=3&controller=product

 
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Pubblicato da su 13 febbraio 2017 in Recensioni

 

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“Se mi distraggo perdo” di Anna Giurickovic

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La Gorilla Sapiens sembra avere un gusto particolare per autori che descrivono la realtà in modo surreale. E come non essere d’accordo, visto che tutto ciò rende più saporito e variegato il gusto dei racconti, che poi è il gusto della vita.
Accade questo anche tra le pagine della prima raccolta di racconti di Anna Giurickovic.

L’autrice ha presentato recentemente il suo primo romanzo “La figlia femmina” edito dalla Fazi Editori, ma noi oggi vogliamo parlare di “Se mi distraggo perdo“, raccolta pubblicata nel 2013, proprio dalla Gorilla Sapiens.

Una raccolta di 14 racconti dalla narrazione incalzante (come avverte la quarta di copertina), dall’atmosfera malinconica ma veloce, per raccontare tante sfaccettature della vita attraverso i suoi personaggi.

Con la sua scrittura, le ambientazioni a volte lontane, a volte contemporanee, la sensibilità che dedica alla caratterizzazione dei suoi personaggi, Anna dimostra tanta maturità artistica e profonda empatia.
Bellissimo il susseguirsi delle immagini descritte come fossero vive e autonome. Bellissima la poetica musicalità dei testi che fa bene al lettore, soprattutto quello più romantico.

Le storie di Anna raccontano atmosfere che hanno il sapore di altri tempi, un intento che è espresso in modo efficace.
Storie di strada, di un oggi che ha il sapore di un ieri molto lontano. Storie che hanno il calore e la passione talvolta ignorante del Sud. Storie che non hanno luogo. Storie che sono di ogni dove.
Storie border-line. Al limite. Colpi di scena. Immagini e metafore che dipingono stati d’animo, che descrivono vite o attimi di esse, li spiegano e nell’assurdo tutto sembra più plausibile.
Questi racconti sembrano tutti pronti per essere recitati ad alta voce, come monologhi raccontati sul palco di un teatro buio, illuminato solo da un faro. Senza scenografia ornamenti di sorta, basterebbe la voce a metterli in scena. Monologhi intensi nei quali chi li enuncia ha in sé tutta la forza e la potenza di quello che vuole raccontare l’autrice.

Le storie narrano anche di una mancanza, un senso di incompletezza e di perdita. Chi racconta, parla di un vuoto che po’ scatenare azioni, sentimenti, catene di eventi e pensieri. Nella maggior parte abbiamo donne come protagoniste, ma l’autrice riesce a rendere in modo convincente ed efficace anche lo stato d’animo maschile.

Anna sembra parlare di un tipo di persona o di un luogo specifici, e poi nel racconto successivo fa crollare queste condizioni raccontando di luoghi e persone dal sapore universale. Racconta storie di disagio, problematiche che marciscono la vita e l’animo delle persone. Abusi subiti, abusi inflitti volontariamente e autoinflitti. Follie e raptus che assalgono persone apparentemente normali ma che nascondono segreti.
Ecco, forse, che in maniera estrema Anna ci dice ad alta voce e senza paura che tutti nascondiamo dei segreti, che sotto la superficie, sotto la pelle le persone custodiscono ferite e segni che si porteranno dentro per sempre.

La scrittura di Anna è molto intensa, si imprime nel lettore con le sue parole. Una lettura incalzante che richiede, tuttavia, una pausa tra un racconto e l’altro per assorbire tutta la passione che lei vi riversa.
Senza dubbio questa autrice ha molto talento e leggerla è un piacere.

Per info e acquisto http: Se mi distraggo perdo
oppure //www.gorillasapiensedizioni.com/libri/se-mi-distraggo-perdo

 
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Pubblicato da su 6 febbraio 2017 in Recensioni

 

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